Quello che gli uomini non dicono | Psicoterapeuta Prunotto Padova Rimini

Quello che gli uomini non dicono…e le donne non riescono a comprendere

Quello che gli uomini non dicono…e le donne non riescono a comprendere.

Non ti lasciai un motivo né una colpa ti ho fatto male per non farlo alla tua vita

Claudio Baglioni-Mille Giorni di te di me, 2001

Si parla d’amore, in questo tempo sospeso,di amori ai tempi del Covid19.

Mi è stato affidato questo scritto, per i lavori de Le ferite di Ercole, quello che gli uomini non riescono a dire, e le donne a comprendere”.

E’ la lettera, sofferta, che un uomo vorrebbe inoltrare ad una donna che ha scoperto d’amare.

Un amore imprevisto, inatteso, insinuatosi, nonostante, in una relazione matrimonio trentennale, solida e serena, che fino a quel momento non aveva conosciuto crepe.

Gli avvicendamenti banali della storia di per sè basterebbero per rimandarla ad una delle tante relazioni clandestine, ma è nel riconoscere e nel comprendere i significati e gli accadimenti nella nostra vita, che sono unici per la nostra storia, che possiamo fare pace con la stessa.

In questa lettera c’è tutto: l’innamoramento, i sogni, le illusioni d’amore, lo sconcerto di un amore imprevisto, lo spazio della seduzione, del ghostingh(!) e dell’abbandono.

Chiamiamo amore, spesso, una fuga dalla paura di vivere. E di morire.

E lasciare spazio alla voce, al sentire di un uomo, che ringrazio della possibilità di pubblicazione,
permette di avere sguardi e riflessioni differenti.
E forse permettere ,davvero, di lasciare andare.
Senza fare troppi danni.

Perchè …cosi è stato .

Ora, lasci passare qualche tempo, e poi scriva dottore. Le scriva. Se lo deve, a sé. Gli ho detto.

Poi ne parleremo, se vorrà.

Francesca..

Una dott mi ha indicato di scriverti.
Di dirti quello che non sono riuscito a confessarti.
Si, di nuovo, sono tornato in analisi. Io, il grande uomo, l’attore, il maestro, il regista.

La dot in questione è lontana da ogni clichè di psicoanalista; un po’ forse ti ricorda, perchè è semplice, so di imbarazzarla, spesso, con le mie citazioni, che è evidente che non conosce.

Non è mai puntuale, ma puntualmente dimentica qualcosa. Ma mai qualcosa di me.
Mi ha compreso.
E con lei mi sono lasciato finalmente andare. Le ho raccontato tutto, di noi. Di me.

Oggi le ho chiesto una seduta urgente,
Mi sono attaccato al telefono, io che ho sempre ponderato ogni cosa.
Le ho detto che era un’emergenza e che non potevo attendere, che doveva darmi questa possibilità

Mi ha lasciato parlare, senza interrompermi.

So che sapeva. Che si aspettava la chiamata.

Ora, lasci passare qualche tempo, e poi scriva dottore. Le scriva. Se lo deve, a sé, mi ha detto.
Poi ne parleremo, se vorrà.

Ti ho fatto male per non farlo alla tua vita.
Ti ho fatto male, per non farmi male, per non farlo alla mia vita, e alla nostra.
Alle altre persone che nella mia vita, gravitano, nonostante. E che mi amano, e che amo, nonostante.

Eri arrossita, quando ti ho offerto il primo di tanti caffè, cosi, spavaldo, perchè leggevo nei tuoi occhi l’interesse, perchè quel caffè l’attendevi da tempo, perchè avevi una grande voglia che ti dessi un bacio…lo sai, la gestualità non mente, come le parole, ed è stato da quel momento che ti ho pensata diversamente.

Non più mia allieva, ma una donna.

Non so che cosa sia stato. Lo sai, te l’ho confessato una volta. Mi sono innamorato, ma ancora non lo so, cosa è stato.

Ho goduto del tuo invito al concerto di Venditti, io che coltivo passione solo per la musica classica, e, davvero, mi sono immaginato con te, sugli spalti, abbracciato.
Ho goduti di baci rubati in un parco cittadino, come due adolescenti, e di qualcosa di molto piu intimo rubato negli spazi del tuo atelier d’arte.
Ho goduto di messaggi in inglese, in chat, che tradivano nostalgia e desiderio.
Ho goduto del sogno di fare parte della tua vita, di accompagnarti alle mostre a cui ti dedichi, di affermarti.
Ho sognato di fare parte del tuo mondo, di conoscere la tua famiglia, i tuoi amici, di vedere con te le Baleari, di tornare a Roma e Torino.
Ho goduto di immaginarti madre, e di vederti per le strade della città, percorrerle orgogliosa con tuo bambino per mano .

Ecco, è stato questo.

Non ho voluto fare male alla tua vita per non farlo alla mia.
Già, lo devo a me.
Perché ho compreso che non eravamo innamorati, ma prigionieri di un sogno.
Di un incantesimo.
Tu hai diritto ad una vita che io ho già vissuto.

Come un predatore, avrei voluto prendere a morsi quello che mi stava sfuggendo, quello che non sono riuscito a realizzare, per viverlo attraverso di te.
Ma tu, l’avresti voluto?
Avresti amato ugualmente, fra qualche tempo, il mio corpo stanco, la pelle, l’odore diverso, la noia, la difficoltà a cogliere entusiasmi per le cose nuove, le malinconie le paure di chi non ha più, come te, “tutta la vita davanti”?

Avrei colto nelle tue parole, e nel tuo sguardo, ancora prima, la difficoltà di nascondere la fine del nostro sogno, e so che non vi sarei riuscito.
E non sarei riuscito a sostenerne, un altro, di sguardo: quello ferito della mia compagna, dei miei figli.
Non si può costruire la propria felicità sul dolore di qualcun altro.
E non si può costruire una storia d’amore sulle basi di un sogno: come le bolle di sapone, piene di luce, che guardiamo con occhi pieni di sorpresa, per la loro magia, e che svaniscono subito dopo.

Francesca, sono scomparso dalla tua vita: non ti ho piu cercata.
Non ho risposto alle tue mail, alle chiamate, e il vivere in parti opposte della città mi ha aiutato a mettere in atto il vigliacco abbandono.
So che non mi cercherai più, pur aspettandomi.
La dot so mi dirà di chiamarti, di spiegarti, di chiudere dando significato, come lei dice sempre.

Francesca, dovevo salvarmi da te.
Chiudo cosi, e chiedo alla dot in qualche modo, un altro modo per raggiungerti.
Sei stata un sogno, e, sai, noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.

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